E’ uno tra i pochi Rettili viventi nei mari attuali e la sola tartaruga a nidificare ancora sulle spiagge italiane. E’ una delle  creature più antiche del Pianeta, sopravvissuta perfino a dinosauri e glaciazioni. Eppure è bastato poco più di un secolo per portarla a un passo dall’estinzione.

Ha inizio in tempi antichissimi, nel Giurassico (circa 170 milioni di anni fa), l’ avventura marina di un gruppo di Rettili che, in un periodo che segnò il culmine del loro successo evolutivo (erano i tempi in cui sulla terra dominavano i dinosauri e in aria si libravano i loro parenti alati) giunsero a conquistare gli oceani. Questo gruppo fa parte dell’ordine Cheloni  (comprendente anche le testuggini terrestri e d’acqua dolce) e ancora oggi  vive negli oceani di tutto il mondo, rappresentato dalla famiglia Dermochelidi (con la sola specie Dermochelis coriacea, la tartaruga liuto) e quella più ampia dei  Chelonidi (5 generi e 7 specie). La tartaruga caretta  (Caretta caretta), presente  anche in Mar Nero e negli oceani  Atlantico, Pacifico e Indiano, è la specie che più di frequente è possibile incontrare nel Mediterraneo. L’altro nome con cui è nota – tartaruga comune – è tuttavia un triste  retaggio di  tempi passati, quando questo mare offriva condizioni adeguate alla sua vita e alle sue esigenze riproduttive e la specie era più abbondante: attualmente, infatti, la sua  consistenza numerica in questo bacino ha subìto pesanti contrazioni e di fatto la caretta è una specie al limite dell’estinzione.

Lunga alla nascita circa 5 cm, da adulta la caretta può raggiungere 140 cm di lunghezza (carapace) e pesare tra 100 e 150 kg. L’affrancamento dai progenitori  terrestri, come nei Cetacei (balene e delfini), non è stato totale, come testimonia la presenza di polmoni e,di conseguenza, la necessità di una respirazione aerea e non acquatica (come avviene in pesci e Invertebrati acquatici). Da qui la necessità di risalire periodicamente in superficie per respirare, pur essendo in grado di compiere apnee, molto lunghe negli adulti. Per questo, le “nostre” otto tartarughe sono state trasportate dal Turtle Point di Napoli in vasche con pochi cm d’acqua, sufficiente a idratarne le mucose e la pelle: coperte d’acqua, avrebbero avuto difficoltà a far emergere il capo dalla vasca per respirare. Per la stessa ragione, le tartarughe impigliate in reti, come  Stendardo e Righeira, possono presentare sintomi di annegamento, proprio come noi “umani”, arrivando perfino, per istinto di sopravvivenza, a “mangiarsi” l’arto intrappolato per non morire annegate, come la piccola Irene Camomilla.

Questo retaggio terrestre è stato tuttavia compensato da eccezionali e specifici adattamenti per la vita in ambiente marino.Il guscio, di colore rosso-marrone è, come in tutti i Cheloni, composto da un carapace (dorsale e convesso) e da un piastrone (ventrale e più piatto, che nella caretta è  a forma di cuore) ma ha acquisito una forma ovale, perfettamente idrodinamica. Le zampe del progenitore terrestre, delle cui “dita”rimane un ricordo nelle  due unghie presenti sulle  pinne anteriori,  si sono trasformate  in potenti pinne a forma di remo, più funzionali nel nuoto. A quelle anteriori, che l’animale muove come le ali di un uccello, è affidata la propulsione, mentre quelle posteriori controllano la direzione, agendo come un timone. Così ben equipaggiata, la tartaruga caretta è in grado di muoversi su lunghe distanze, spostandosi in grandi viaggi nelle acque del Mediterraneo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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