Poco più di vent’anni fa le abitudini migratorie della tartaruga caretta nel Mediterraneo erano ancora avvolte nel mistero. Un vero rebus per i ricercatori che iniziarono a raccogliere e “mettere insieme” i dati dagli spiaggiamenti e dalle ricatture di animali precedentemente marcati con apposite targhette, come quelle applicate alle “nostre” otto  tartarughe. Un grande impulso agli studi è stato tuttavia offerto dall’applicazione sugli animali di trasmettitori satellitari che hanno consentito, grazie al successivo sviluppo tecnologico dei dispositivi di tracking, di raccogliere anche una grande mole di dati sulla biologia, la fisiologia e l’ecologia delle tartarughe.

Il primo centro di ricerca nel Mediterraneo a condurre il tracking satellitare è stata la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e il suo Centro di Riabilitazione Turtle Point, sotto il coordinamento scientifico di Flegra Bentivegna, uno dei massimi esperti internazionali sulle tartarughe. La prima tartaruga collegata a un satellite, nel 1995, è stata Cajeta, una femmina  rinvenuta allargo di Gaeta e cosi battezzata in onore della nutrice di Enea e dell’antico nome di questa città. Ad oggi sono  decine gli esemplari seguiti  e, grazie alle mappe tracciate dal satellite, molti segreti delle migrazioni della caretta sono stati svelati, portando infatti a delineare quegli spostamenti tra aree di alimentazione, riproduzione e svernamento in precedenza descritti. Tanto altro resta da scoprire, come i cosiddetti Lost Years , cioè quella fase in cui le tartarughine, dalla spiaggia dove sono nate,  raggiungono le acque della piattaforma continentale dove trascorreranno i primi anni di vita, relativamente al sicuro dai predatoricosa facciano e dove vadano è ancora un mistero.

Il Meteo

Bandi e Gare